Andor

Share
Andor

Forse il miglior prodotto mai uscito da un franchise ormai totalmente stuprato dalla Disney, abusato in mille modi pur di estrarne profitto a qualsiasi costo.
Qui però Gilroy che è il runner della serie riesce nel miracolo di vivificare un brand che (almeno nel sottoscritto) provoca nausea e disgusto appena viene evocato.

Due stagioni da 12 episodi che puntano su un arco narrativo che porta dritto alle vicende di Rogue One ma che vivono di vita propria e possono essere tranquillamente viste senza aver mai saputo una virgola del prima e del dopo, o visto qualsiasi cosa.

Andor (Diego Luna)

La storia è una racconto di sacrificio e resistenza (si, resistenza come la intendiamo noi europei di solito), i toni sono oscuri, non c'e' la minima traccia di Jedi o Sith (finalmente: gli uomini, la resistenza contro un regime fascista, il fiume della storia), c'e' l'impero declinato nelle sue forme più inquietanti, politiche e militari, un abbozzo di quella che si avvia ad essere una ribellione inizialmente molto disorganizzata e individuale ma che poi si ritroverà piano piano sempre più unita.
Il sacrificio dei singoli fino alle estreme conseguenze, la lotta, gli attentati contro una macchina gigantesca e asfissiante, persino il furto e la rapina per finanziare la ribellione.
Difficile trovare un prodotto Disney che apre sua prima puntata in un bordello.

Non vorrei aggiungere molto di più se non che i personaggi son tutti ben sbozzati e tridimensionali, il protagonista Diego Luna è un po monoespressivo (sembra sia andato da lezione di ghigno imbronciato da Eastwood) ma la sua evoluzione è delineata in modo veramente magistrale, costellata di dubbi, marce indietro e in avanti, lontano anni luce da personaggi macchiettistici, abbozzati o stile action figure. Il tutto inserito in un contesto corale nel quale tutti i comprimari risultano ben scritti e interpretati.

Genevieve O'Reilly nel ruolo della senatrice Mon Mothma

Svetta su tutti la figura del mercante interpretato da uno Stellan Skarsgård in stato di grazia.
La figura dell'abile commerciante manipolatore che lavora nell'ombra, tra le pieghe di un impero fascista e si costringe ad annullarsi e utilizzare le armi del ricatto e del nemico, senza guardare in faccia a nessuno pur di raggiungere un traguardo che non vedrà mai è da applausi.
Il dialogo con il suo informatore nell'episodio 10 della prima stagione "One Way Out", è una autodenuncia e una autocondanna all'abisso che è persino peggio della morte, perche' per battere il male devi diventare come il male stesso. Come la famosa frase di Nietzsche, "a guardare troppo a lungo nell'abisso poi anche l'abisso scruta in te".
Un monologo da brividi, che ricorda Cuore di Tenebra di Conrad e l'ovvio parallelo con il colonnello Kurtz di Brando.

Permane in tutta la serie una forte torsione morale tra ciò che si è disposti a sacrificare pur di raggiungere l'obierttivo di abbattere un regime soverchiante e quanto questo possa corrodere dall'interno una lotta e la stessa umanità, nell'utilizzare i metodi stessi del nemico.
Aleggia un'epica dell'innocenza perduta.
E poi i metodi manipolativi, la sedizione instillata dall'alto per giustificare la repressione ancora più dura, la sacrificabilità di interi pianeti e popoli in nome di risorse ritenute essenziali e via dicendo.

Interessanti e molto attuali i riferimenti all'utilizzo di montature e manipolazioni nell'informazione, c'e' tutto un sottotesto niente affatto banale che ha una sua decisa importanza. Riferimenti interessanti si rintracciano anche in momenti evocativi come quello nel quale si pianifica un genocidio a tavolino, a una "colazione di lavoro" su un paesaggio innevato che non può non richiamare direttamente la soluzione finale nazista e la conferenza di Wannsee.
Molto bello anche il "prison time" del protagonista (che copre più episodi e che mette in luce attori straordinari come Andy Serkis) e il concetto che una volta finiti in quell'incubo asettico non esiste più alcuna via di uscita se non la morte.
L'individuo viene spezzato fisicamente e moralmente fino a farne un vuoto a perdere.
Nulla che non si sia già visto ma qui in una veste forse inedita quasi depurata dalla sporcizia e quindi ancora più alienante.

il personaggio di Kino Loy (interpretato da Andy Serkis)

E' una serie meno fantasy del solito (no jedi/no sith appunto) e più tradizionalmente sci-fi, ma con una coralità insolita, ambientazioni ricche e un senso degli spazi e dell'architettura futuribile di grande respiro.
Insomma, non gli avrei dato due euro manco per sbaglio ma merita una visione, è un prodotto maturo, senza gli infantilismi puerili tipici del marchio (a parte alcune piccole concessioni nel finale della seconda stagione), scritto molto bene, impostato bene e recitato altrettanto bene.
Siamo piuttosto lontani dal resto dei prodotti TV provenienti dal franchise anche se va detto qualche lungaggine di troppo si poteva evitare, nulla è comunque lasciato al caso.

Give it a shot.